Vedere, come gesto di coraggio
Il terzo giorno del nostro pellegrinaggio in Terra Santa è cominciato molto presto, nel cuore di Gerusalemme, al Santo Sepolcro.
Nel Vangelo di Giovanni, lui e Simon Pietro giungono al sepolcro vuoto e credono, perché vedono. Ci sono luoghi e momenti che ci costringono a vedere. Non è un gesto distratto, ma cosciente e diretto; perciò, non sempre semplice. Si può guardare, senza avere visto; come si può sentire senza avere ascoltato o compreso.
Il Santo Sepolcro non permette una visita distratta. Incastonato, quasi nascosto nel cuore della Gerusalemme storica, tra vicoli di mercato. Nella confusione della città che vive. Giri una curva e sei arrivato al cuore della fede cristiana: il Calvario, la pietra dell’unzione, il sepolcro vuoto. Ti chiede di sostare, di non passare oltre troppo in fretta.
Come ogni luogo, fisico e mentale, della Terra Santa è stratificato, perché la storia si è accumulata qui secolo dopo secolo. La basilica originale, distrutta e ricostruita, poi puntellata durante le crociate, oggi in coabitazione tra cristiani latini, ortodossi e armeni, ognuno con i propri interventi, a renderlo un condominio di fedi sorelle.
Abbiamo celebrato la Messa con padre Ielpo, Custode di Terra Santa, nella cappella dei crociati. Un momento semplice e intenso, reso ancora più forte dal fatto di essere qui, in giorni nei quali il peso della storia e del presente sembra farsi sentire continuamente. Abbiamo letto, stamattina, delle nuove violenze di alcuni coloni verso dei diplomatici europei, non distanti dai luoghi che abbiamo visitato venerdì.
La tomba del Signore, che visitiamo oggi, è una porta aperta su un nuovo universo. Invita ad entrare, invita a interrogarsi; invita a vedere, non solo a guardare. Una piccola anticamera, e una stanza ancora più piccola, dove entri in un rapporto intimo, diretto, con il sepolcro di Gesù Cristo. Un momento al quale è impossibile arrivare preparati. A pochi metri da qui, sempre nella basilica, puoi toccare la roccia del monte Calvario, dove Gesù fu non solo ucciso, ma umiliato pubblicamente con la crocifissione. Due luoghi, Calvario e Santo Sepolcro, uno di immenso buio, l’altro di infinita luce, vicini, in dialogo costante tra loro. In una chiesa che chiude, ma nella quale ci sono messe tutto il giorno e tutta la notte, ogni giorno.
Dopo la visita abbiamo avuto occasione di fermarci con padre Ielpo e di pranzare insieme in un ristorante cristiano. I Francescani sono in Terra Santa da più di 800 anni, nella custodia operano più di 280 frati da 49 paesi; e lui ci racconta della sua esperienza, di tutto quello che fanno, di come ogni cosa sia cambiata e diventata più difficile dopo il 7 Ottobre. Ci parla della scuola di musica in cui miracolosamente imparano insieme ragazzi cristiani, islamici, ebrei. Ci ricorda, come il Patriarca Pizzaballa, dell’importanza simbolica e pratica dei pellegrini. Anche questa, ormai, sta diventando una parte importante del viaggio. In questi giorni stiamo capendo sempre meglio che tornare in Terra Santa significa anche scegliere di vedere le persone che abitano questi luoghi, non soltanto i luoghi stessi.
Vedere significa accorgersi che dietro una Basilica ci sono religiosi che la custodiscono, dietro un ristorante c’è una famiglia, dietro una scuola ci sono insegnanti e ragazzi, dietro una piccola attività ci sono persone che stanno provando a restare. Forse il coraggio di guardare comincia proprio da qui: dal rifiutarsi di trasformare la Terra Santa in una cartolina.
Nel pomeriggio abbiamo visitato gli scavi dell’area del Tempio. Ancora una volta Gerusalemme ci ha mostrato la sua caratteristica più impressionante: qui la storia non è mai davvero passata e non ha mai smesso di accumularsi e sovrapporsi.
È sotto i piedi, dentro le pietre, nei muri, nelle stratificazioni. Ogni epoca ha costruito sopra quella precedente. Ogni popolo ha lasciato una traccia. Ogni religione custodisce una memoria che non può essere semplicemente cancellata. Oggi possiamo solo immaginare la grandiosità del Tempio di Gerusalemme, indovinandolo dalle mura grandiose che ha lasciato, nelle quali tante pietre sono ancora oggi le stesse che Gesù e i suoi discepoli ammirarono arrivando dai loro umili villaggi di Galilea.
Poco dopo siamo arrivati al Muro Occidentale, il Muro del Pianto, uno dei luoghi più sacri dell’ebraismo. Anche qui il gesto più naturale è stato quello di osservare in silenzio. Persone che pregano, che toccano le pietre, che inseriscono piccoli fogli nelle fessure del muro, che restano ferme per lunghi minuti. È una forma di fede diversa dalla nostra, ma proprio per questo chiede uno sguardo ancora più attento.
Vedere davvero significa provare a vedere il mondo anche attraverso gli occhi dell’altro. È facile raccontare una terra così complessa scegliendo soltanto ciò che conferma quello che già pensiamo. È molto più difficile accettare che qui memorie diverse siano tutte profonde, radicate, vere per chi le vive.
In questi tre giorni abbiamo attraversato luoghi cristiani, territori palestinesi, spazi sacri all’ebraismo. Abbiamo incontrato religiosi, famiglie, studenti, lavoratori. Abbiamo ascoltato parole di paura, speranza, rabbia e determinazione. E forse una delle cose che porto con me è proprio questa: prima di giudicare, bisogna avere il coraggio di guardare fino a vedere, lasciandosi anche turbare da ciò che non comprendiamo fino in fondo. Guardare le ferite senza usarle per alimentare altre ferite. Guardare la storia senza ridurla a uno slogan. Guardare la fede dell’altro senza sentirla necessariamente come una minaccia alla propria. Guardare le persone prima delle categorie nelle quali siamo abituati a inserirle. E vedere.
La pace, probabilmente, comincia anche così. Non quando smettiamo di avere identità, convinzioni o appartenenze, ma anzi quando le custodiamo con tale convinzione da smettere di usarle come una scusa per non vedere ciò che abbiamo davanti. Che siano le contraddizioni tragiche di una terra antica o il dolore di un tempo moderno, dobbiamo avere il coraggio di vedere: forse anche questo significa essere cristiani. In ogni Chiesa del mondo, e in tanti altri luoghi, c’è il crocefisso, che rappresenta per i credenti un evento sconvolgente: l’umiliazione e l’agonia del Figlio di Dio. Per continuare, o tornare, ad essere cristiani, dobbiamo allora chiederci: cosa vediamo, quando guardiamo il crocefisso? La risposta non riguarda solo la fede, ma anche il nostro modo di essere nel mondo.

