La crisi energetica di questi mesi ci ha ricordato una scomoda verità che l’Europa ha troppo spesso preferito ignorare: l’energia non è soltanto una voce della bolletta, ma è sicurezza economica, capacità industriale, politica estera. In una parola, sovranità.
I numeri ci spiegano bene perché.
A Febbraio il Brent viaggiava mediamente intorno ai 69 dollari al barile. A Maggio la media era salita a 104 dollari, con punte superiori ai 125 dollari. Dopo una temporanea discesa, oggi il petrolio è tornato intorno ai 105 dollari al barile.
Non è una semplice oscillazione finanziaria, ma dietro quei numeri ci sono gli equilibri geopolitici del Medio Oriente e delle grandi rotte commerciali. La crisi nello Stretto di Hormuz e successivamente nel Mar Rosso ha mostrato come basti una strozzatura geografica per mettere sotto pressione le forniture mondiali. Nel solo Luglio il passaggio mercantile attraverso Hormuz era diminuito del 32%.
Quando aumenta il greggio aumentano i prodotti raffinati, quindi benzina e gasolio. E per un Paese manifatturiero come l’Italia il problema non riguarda solo chi fa rifornimento all’auto, ma riguarda la logistica, l’agricoltura, l’industria e di conseguenza il prezzo di quasi tutto ciò che compriamo.
Per questo la risposta non può essere soltanto emergenziale.
In questi giorni il Governo ha chiesto alle raffinerie italiane di aumentare la produzione e il sistema si è impegnato a mettere sul mercato fino a 1,5 milioni di tonnellate aggiuntive di carburanti. Parallelamente l’Italia sta trattando con Bruxelles su strumenti europei per contenere il prezzo del gas e proteggere famiglie e imprese. Sono le misure necessarie nel breve periodo.
Ma la questione strategica resta: quanta parte della nostra sicurezza energetica vogliamo controllare direttamente?
Per anni l’Europa ha costruito la propria politica energetica attorno a un assunto: acquistare energia all’estero sarebbe rimasto facile, relativamente economico e politicamente sicuro. Quel mondo purtroppo non esiste più.
La guerra in Ucraina prima e la crisi mediorientale poi hanno trasformato gas, petrolio, reti elettriche, rigassificatori e capacità produttiva in infrastrutture di sicurezza nazionale.
Anche con la spinta determinante di Giorgia Meloni, l’Unione europea sta iniziando a prenderne atto. La clausola nazionale di salvaguardia è stata estesa agli investimenti destinati alla resilienza energetica e alla sicurezza degli approvvigionamenti: per queste misure la deviazione dal percorso della spesa può arrivare allo 0,3% del PIL ogni anno e allo 0,6% complessivo nel triennio 2026-2028. È un cambio di paradigma importante. Significa riconoscere che investire in sicurezza energetica non è una normale spesa corrente: è un investimento nella capacità di un Paese di resistere agli shock esterni.
Ora bisogna utilizzare questa nuova consapevolezza per costruire una politica energetica italiana ed europea di lungo periodo. Diversificare le fonti e i Paesi fornitori, aumentare la capacità di raffinazione e di stoccaggio quando necessario, rafforzare reti e interconnessioni, sviluppare le rinnovabili dove sono efficienti e affrontare finalmente senza tabù il ritorno dell’Italia al nucleare di nuova generazione, come da poco stabilito dal Parlamento.
Non possiamo sostituire una dipendenza con un’altra: liberarci dal gas russo per diventare completamente dipendenti da tecnologie, componenti e materie prime controllate da altri sarebbe soltanto cambiare l’indirizzo del problema.
La transizione ecologica deve quindi essere anche una transizione verso l’autonomia strategica.
Nel breve periodo il dovere della politica è impedire che una crisi internazionale venga pagata interamente da famiglie e imprese. Nel lungo periodo il compito è ancora più ambizioso: fare in modo che la prossima crisi trovi l’Italia meno vulnerabile della precedente.
Perché una Nazione che non può garantire l’energia necessaria alla propria economia è una Nazione sulla quale qualcun altro conserva inevitabilmente un potere.

