“Ogni epoca sogna la successiva”, scriveva Jules Michelet. Oggi però fatichiamo a immaginare cosa accadrà tra un mese.
Viviamo un tempo nel quale tutto accelera.
Il lavoro, il modo in cui comunichiamo e stiamo insieme, le città e le case che abitiamo: quasi tutto è diverso rispetto anche solo a dieci anni fa. Cambiano gli equilibri internazionali, le fonti d’energia, il significato delle parole, anche di quelle che pensavamo di conoscere come comunità, sicurezza, identità. Per qualcuno, cambia addirittura il passato, si riscrive la storia.
Il cambiamento non è una novità e non è neanche il problema: ciò che ci sfida è la velocità del cambiamento. Per secoli una generazione poteva immaginare il mondo dei propri figli. Oggi sappiamo che non sarà così. Mestieri che esistono da decenni possono scomparire in pochi anni. Una tecnologia può cambiare un intero settore economico in un quinquennio. Una guerra lontana può modificare il prezzo del gas quando accendiamo il fornello per cuocere la pasta. Un algoritmo scritto dall’altra parte del mondo può decidere quello che leggiamo, compriamo, vediamo e perfino ciò a cui prestiamo la nostra attenzione, che sta diventando sempre più una merce rara e, dunque, preziosa.
Viviamo così un tempo inquieto. Non necessariamente per paura del futuro, ma perché temiamo di non poterlo – e non poterci – più orientare.
Dietro molte delle grandi questioni politiche del nostro tempo si intravede la sensazione di perdere progressivamente il controllo della propria vita, come progetto e come quotidianità.
Non sentirsi liberi di attraversare una stazione o un quartiere significa aver perso il controllo di uno spazio che dovrebbe appartenerci.
Lavorare e scoprire che lo stipendio non basta più per permettersi un’abitazione significa vedere ridursi la possibilità di progettare una famiglia e una vita autonoma.
Dipendere dalle decisioni di produttori stranieri significa sapere che il costo della nostra economia può essere deciso altrove.
Accorgersi che algoritmi, piattaforme e grandi infrastrutture tecnologiche possono trasformare il nostro lavoro e il nostro territorio senza che la politica riesca nemmeno a comprenderne la velocità produce inevitabilmente inquietudine.
Per molto tempo abbiamo confuso un’idea di progresso con l’inevitabilità. Ci è stato spiegato che globalizzazione, tecnologia, trasformazioni economiche e sociali erano processi ai quali bisognava semplicemente adeguarsi.
Ma la politica esiste precisamente perché la storia non è un processo automatico.
La tecnologia può essere inevitabile. Le conseguenze della tecnologia non lo sono.
La globalizzazione può essere un fatto. La maniera in cui difendiamo le nostre produzioni e le nostre comunità è politica.
La transizione energetica è necessaria. Decidere se costruirla creando nuove dipendenze o maggiore autonomia è politica.
L’intelligenza artificiale crescerà. Decidere quali dati utilizzerà, dove saranno costruite le infrastrutture che la alimentano e quali limiti le imporremo è politica.
Governare il cambiamento significa tutto ciò.
Essere conservatori non è pensare che ieri fosse necessariamente migliore di domani, né voler riportare la società in un momento idealizzato del passato. Essere conservatori significa sapere cosa merita di essere portato con noi nel futuro.
Perché l’alternativa non è tra cambiamento e immobilità, ma tra cambiamento governato e cambiamento subito.
Se il cambiamento viene subito, a governarlo non è il destino, ma gli altri: grandi piattaforme tecnologiche, potenze straniere, mercati, burocrazie, interessi organizzati.
Per governare il cambiamento occorre recuperare un concetto quasi dimenticato: progetto.
Non basta amministrare ciò che accade, bisogna scegliere dove vogliamo andare.
Soprattutto per una generazione che sta vivendo contemporaneamente rivoluzioni tecnologiche, transizioni industriali, cambiamenti demografici e un nuovo disordine internazionale.
Progettare significa scegliere.
Per una Nazione è decidere della propria energia, delle proprie infrastrutture, della propria sicurezza e delle proprie produzioni strategiche.
Per una comunità, quali trasformazioni affrontare.
Per una famiglia è costruire un futuro senza che ogni scelta sia resa impossibile dal costo della vita.
Per un individuo è sentire che la propria esistenza non è determinata da forze che non comprende e non controlla. Mentre la vita può e deve avere un senso, uno scopo, una direzione.
Questo è il filo con cui vorrei affrontare le questioni di cui parleremo insieme da questa pagina.
Senza difendere il passato dalla modernità, senza celebrare qualunque novità soltanto perché è nuova.
Governare il cambiamento.
Prendere ciò che il futuro offre e provare a orientarlo verso ciò che consideriamo giusto.
Perché la politica, alla fine, dovrebbe servire soprattutto a questo: fare in modo che il futuro non sia semplicemente qualcosa che ci accade, ma qualcosa che costruiamo insieme.

