Viaggiare come gesto di pace
Siamo arrivati in Terra Santa nella notte, insieme a un gruppo di amici e parlamentari, per un pellegrinaggio di tre giorni nato da un invito semplice ma importante: quello del cardinale Pierbattista Pizzaballa a tornare qui. Tornare come pellegrini, tornare come presenza e testimonianza che si può fare, dopo che in questi tre anni i flussi dall’Europa sono praticamente azzerati. Tornare anche per sostenere concretamente le comunità locali, e in particolare quelle cristiane, che in questi anni hanno pagato un prezzo altissimo all’instabilità, alla paura e al progressivo svuotamento dei luoghi santi.
La prima giornata comincia nel deserto. Da Gerusalemme, che è a 800 metri sul livello del mare, dobbiamo scendere a 300 metri sotto il livello del mare. L’aria fresca del mattino si scalda, dal lato delle strade scompare il verde della vegetazione e lascia spazio alla terra rossa, in ebraico adom, che ci parla anche di Adamo, il primo uomo, modellato da Dio con l’argilla. Andiamo nel deserto. Andiamo a Qumran, sulle rive del Mar Morto. Qui nel secondo dopoguerra hanno scoperto i celebri rotoli manoscritti che hanno attraversato decine di secoli per arrivare fino a noi. La scoperta casuale di un beduino che inseguiva una capra curiosa, secondo il racconto ormai quasi leggendario. Un’indagine archeologica, linguistica, religiosa, che nei decenni si è dipanata talvolta con le tinte di un thriller, tra frammenti venduti al mercato nero, rotoli scomparsi e poi riapparsi, litigi e false notizie. Ma grazie a quei rotoli possiamo avvicinarci alla Bibbia in una fase antichissima della sua trasmissione, quando testi, interpretazioni e tradizioni erano ancora immersi in un mondo religioso vivo e plurale. Il libro sacro come un dialogo costante tra Dio e il suo popolo. Per questo Qumran è uno di quei posti nei quali si avverte fisicamente la profondità della storia.
Poi siamo scesi ancora, verso il Giordano. Giovanni il Battista viveva un tempo in cui una parte della cultura ebraica era entrata in crisi. L’influenza dell’Occidente ellenistico e romano aveva allontanato tanti dalla tradizione. Era un mondo attraversato da profonde tensioni tra ellenizzazione, difesa della tradizione e contestazione delle élite religiose. Giovanni il Battista era un ribelle di quest’epoca, un radicale, che incontra colui che più di tutti ha mutato la Storia: Gesù. E si incontrano qui, lungo il fiume Giordano, che un tempo era largo e c’era bisogno di una barca per attraversalo, mentre oggi si è ridotto a poche bracciate.
Eppure entrare nelle acque del fiume nel quale la tradizione cristiana colloca il battesimo di Gesù ha qualcosa di difficile da raccontare. Ho ricevuto l’acqua del Giordano sul capo pensando proprio a questo: al valore simbolico del ricominciare, del passaggio, della scelta di assumere una direzione. All’importanza che ciascuno di noi può dare a ogni giorno, e a come ognuno di noi può cambiare la storia, la propria e quella degli altri.
In Terra Santa ogni luogo sembra contenere più tempi contemporaneamente. Il passato biblico, la storia di duemila anni di cristianesimo e il presente, con tutte le sue ferite. A Gerico, città sotto il controllo dell’Autorità palestinese, abbiamo pranzato in un ristorante gestito da una famiglia cristiana. Può sembrare un dettaglio secondario, ma è forse uno degli elementi che spiegano meglio il senso di questo viaggio.
Il pellegrinaggio infatti non è soltanto preghiera e visita ai luoghi santi. È anche presenza economica e umana. Significa entrare in un ristorante, dormire in un albergo, incontrare una famiglia, comprare qualcosa in una piccola attività. Significa contribuire, nel proprio piccolo, a far sì che queste comunità possano continuare a vivere qui. Così abbiamo mangiato tutti insieme, un pasto semplice, quasi frugale, ma autentico e buono.
Dopo pranzo siamo tornati a concludere la giornata a Gerusalemme, al Getsemani, con la Messa nella Basilica dell’Agonia.
Il nome stesso del luogo dice molto. Qui la tradizione ricorda la notte dell’angoscia e della preghiera di Gesù prima del suo arresto. La notte in cui forse ha sentito su di sè più che mai il peso della sua missione. Il momento in cui ha scelto di obbedire al Padre e di compiere così la Storia. La Basilica custodisce nel suo cuore la roccia associata a quella preghiera, e trovarsi qui oggi, in una terra che continua a conoscere paura, violenza e divisioni, assume inevitabilmente un significato ulteriore.
Non siamo qui con la pretesa di risolvere conflitti che hanno radici profonde e complesse. Siamo qui però per rispondere a un appello, per dire che la Terra Santa non può essere abbandonata proprio quando attraversa uno dei suoi momenti più difficili. Sostenere la presenza cristiana in questi luoghi significa custodire una parte della storia e dell’identità di tutti. La pace non è soltanto un accordo diplomatico, ma si costruisce anche – soprattutto – mantenendo vivi i legami tra le persone.
Il primo giorno finisce con la vista panoramica sulla città vecchia di Gerusalemme, custodita dentro le sue mura, mentre il sole tramonta alle sue spalle. A volte esserci è già una scelta. E tornare, in un momento come questo, è già un piccolo gesto di pace.

