Restare, come gesto di speranza
La seconda giornata in Terra Santa è iniziata con uno degli incontri più importanti di questo pellegrinaggio: quello con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme. È soprattutto grazie al suo appello se siamo qui. In questi anni ha chiesto più volte ai pellegrini di tornare, di non lasciare sola la Terra Santa e di non abbandonare le comunità cristiane che continuano a vivere qui. È uno dei messaggi che vogliamo trasmettere con la nostra presenza: è sicuro viaggiare in Terra Santa, nei luoghi della devozione cristiana, facendolo ovviamente con i dovuti accorgimenti.
Abbiamo avuto occasione di una lunga chiacchierata con lui, che non mi ha lasciato affatto indifferente. Non solo perché è bergamasco come me, ma perché nelle sue parole ho ritrovato tanto della mia terra. Serietà, serenità, saggezza e tantissima determinazione. La forza di chi non vuole testimoniare solo con la voce, ma con il corpo, con l’azione, come abbiamo potuto vedere ancora pochi mesi fa. La forza di un esempio.
Ci ha parlato di come dopo il 7 Ottobre qualcosa si sia rotto, di come manchi la fiducia reciproca sia tra ebrei e musulmani, sia all’interno delle stesse confessioni. Questa mancanza di fiducia rende il futuro imprevedibile, per molti spaventoso. Alla domanda: cosa possiamo fare?, ci ha risposto che l’Italia è uno dei paesi che ha fatto di più per Gaza, ma che occorre tenere alta l’attenzione del mondo su quello che accade; che bisogna riportare i pellegrini in Terra Santa perché tantissime famiglie vivevano grazie al turismo religioso, e se tutti tornano a lavorare allora anche la speranza nel futuro può rinascere.
Il patriarcato latino di Gerusalemme è nato nel 1099, ma qui il cristianesimo non è soltanto memoria. Non è soltanto la custodia dei luoghi nei quali è cominciata una storia che ha cambiato il mondo. Perché i luoghi santi sono luoghi vivi. E quella cristiana è una presenza fatta di famiglie, scuole, attività economiche, associazioni, religiosi, ragazzi.
Una presenza che rischia di diventare ogni giorno più fragile.
Da Gerusalemme siamo poi andati a Betlemme, che si trova nei territori sotto il controllo dell’autorità palestinese e quindi spesso ci sono controlli e, di conseguenza, traffico. Perciò anche se sono pochi chilometri da Gerusalemme, il viaggio è stato più lungo del previsto.
Betlemme è uno di quei luoghi che conosciamo quasi prima di vederli. Il suo nome è entrato nell’immaginario di milioni di persone attraverso il racconto della nascita di Gesù, i presepi, il Natale. Così, arrivarci significa scoprire che dietro un’immagine conosciuta fin dall’infanzia esiste una città reale, arrampicata sulle colline, densa, a tratti caotica. Una comunità con le sue famiglie, i suoi problemi, le sue contraddizioni.
Abbiamo pranzato presso il ristorante di una famiglia araba cristiana, che ci ha accolto veramente come degli amici. Poi, a poca distanza, siamo entrati nella Basilica della Natività, costruita sul luogo nel quale la tradizione cristiana colloca la nascita di Cristo. Si tratta del monumento cristiano più antico della Terra Santa, costruito nel IV secolo d.C., sopravvissuto a tutti gli stravolgimenti politici che questo angolo di mondo ha conosciuto nei secoli. Per entrarci bisogna passare da una porticina poco più alta di un metro, la porta dell’Umiltà, che ci costringe a piegarci.
Umiltà non significa debolezza, anzi. Nel 2002, durante la Seconda Intifada, oltre duecento palestinesi — tra miliziani, civili e membri delle forze di sicurezza — ospitati dai religiosi presenti nel complesso che non volevano si versasse sangue nella Basilica rimasero qui dentro per 39 giorni di assedio. Un’altra di quelle pagine terribilmente complesse e buie di questi luoghi, che però paradossalmente illuminano la storia.
Ma la presenza cristiana in Terra Santa non si conserva soltanto attraverso le chiese.
Si conserva quando una famiglia può continuare a vivere del proprio lavoro. Quando un giovane può immaginare di costruire qui il proprio futuro. Quando una scuola continua a riempirsi di bambini. Quando restare non diventa una scelta irragionevole.
Per questo una delle visite che mi ha colpito maggiormente è stata quella al Collegio Terra Santa. È una scuola cristiana, fondata dai francescani nel 1598, una delle più antiche del Medio Oriente. Oggi ha una sede più moderna e accoglie studenti cristiani e musulmani. Ci hanno detto che erano felici di vederci, per sapere che non sono soli. Hanno 1200 studenti, dall’asilo al liceo, e oltre all’inglese insegnano loro anche l’italiano.
In un luogo del mondo nel quale religione, identità, storia e politica spesso sembrano dividere irrimediabilmente le persone, una scuola nella quale ragazzi diversi crescono insieme racconta qualcosa di molto semplice e molto potente: la convivenza non nasce nei grandi vertici internazionali, comincia quando dei bambini siedono nella stessa classe, imparano insieme. Quando l’altro smette di essere una categoria, un popolo, una religione, e diventa semplicemente il compagno seduto nel banco accanto.
Anche per questo il significato dell’appello del cardinale Pizzaballa diventa ogni giorno più chiaro: tornare in Terra Santa non significa soltanto visitare i luoghi nei quali è nato il cristianesimo, significa aiutare chi li mantiene vivi. Significa dire a chi ha scelto di restare che non è solo.
In una Terra Santa nella quale il turismo religioso è crollato, scegliere dove mangiare, dove acquistare, chi incontrare significa anche decidere concretamente chi sostenere.
Lo stesso vale per la visita a una cooperativa cristiana di Betlemme. Dietro gli oggetti che un pellegrino può portare a casa non ci sono semplicemente souvenir. Ci sono spesso famiglie, artigiani, lavoro, tradizioni trasmesse da generazioni. E quando i pellegrini scompaiono, a scomparire progressivamente non è soltanto un mercato: rischia di indebolirsi un’intera comunità. È forse questa una delle cose che sto comprendendo meglio durante questo viaggio.
E forse proprio questa parola, restare, è quella che porto con me alla fine della seconda giornata. Restare quando tutto invita ad andarsene. Restare per custodire una casa, un mestiere, una scuola, una comunità. Restare perché un luogo continua a vivere soltanto finché qualcuno decide che vale ancora la pena costruirvi il proprio futuro. Oggi, tra Gerusalemme e Betlemme, ho pensato che anche la pace cominci da qui: dal rendere nuovamente possibile restare.

